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13/12/2017

S. Lucia V.

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Valtellina 1987, io c'ero

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BLOG | 19/07/17

Ricordo bene il 18 luglio 1987, all’epoca avevo 21 anni.

Non ero in Valtellina, mi trovavo a Ibiza in vacanza.

I cellulari non esistevano e la sera del 17 chiamai i miei genitori per fare loro gli auguri

di buon anniversario e per comunicare che il giorno dopo sarei rientrata dalle ferie.

Mi dissero che pioveva molto, era tutto il giorno che diluviava.

Ma non mi preoccupai, in estate è normale che vengano forti temporali e acquazzoni.

Il giorno dopo, il 18 luglio atterrai a Linate, era una stupenda giornata di sole a Milano.

Un cielo azzurro che invogliava a tornare a vedere le montagne, “dimenticate” per 15 giorni.

All’aeroporto c’erano mio cugino e la sua ragazza ad aspettarmi.

Mi avrebbero riportato loro a casa.

Ma appena terminati i saluti di rito mi dicono: Edi non si può tornare a casa.

La Valtellina è isolata, è tutto allagato.

Ho sorriso e ho preso la cosa come uno scherzo, visto il bel tempo e pensando alla morfologia della Valtellina, impossibile da allagare.

Apprezzavo il fatto che volessero che io tornassi in vacanza…ma dovevo rientrare a casa.

Invece dopo qualche istante, hanno acceso la radio e mi hanno presentato alcuni quotidiani

del giorno.

Ero incredula, le immagini che mostravano erano di allagamenti, smottamenti, frane

Ma cosa cavolo era successo quella notte nella mia terra? Non ci potevo credere. Le linee telefoniche erano intasate, impossibile mettersi in comunicazione con qualcuno. Mio cugino mi rassicurò dicendo che i miei genitori stavano bene e che nella loro zona non era successo nulla. Il problema era che strade e ferrovie erano impraticabili oltre Morbegno per arrivare a Sondrio.

Era praticamente impossibile tornare a casa quel giorno.

Ce ne siamo fatti una ragione e abbiamo pernottato a casa della sua ragazza sperando in una soluzione per il giorno dopo.

Inutile dire che le ore successive erano come un bollettino di guerra…i tg trasmettevano immagini apocalittiche, notizie allarmanti fino alla tragedia dell’albergo Oasi e la Gran Baita colpiti e  distrutti alle 17,30 di pomeriggio in Val Tartano. Morti e dispersi.

Iniziavo davvero a preoccuparmi.

La domenica abbiamo chiamato in tutti i luoghi possibili per capire come poter tornare a casa.

In auto si poteva transitare fino a Colico e poco più.  E dopo?

Ci consigliarono di prendere il treno che fino a Morbegno arrivava, poi in qualche modo saremmo proseguiti per casa.

Avevo le valigie piene di abiti sporchi reduci dalle vacanze, gli unici puliti erano quelli che indossavo, ovviamente non prevedendo un rientro del genere.

Ma in quel momento era l’ultimo dei problemi.

Decidiamo di seguire il consiglio che i vari coordinatori ci hanno dato e saliamo sul treno per la Valtellina con grande ansia e voglia di tornare a casa.

Da Milano fino a Colico, il paesaggio era praticamente immutato, uguale.

Il lago verso la Valtellina, appariva sporco, segno che era piovuto parecchio portando fango e detriti lungo l’Adda. Ampie chiazze di legni e qualsiasi materiale galleggiava sull’acqua.

Arriviamo con calma a Morbegno e ci dicono che non si può proseguire perché oltre la ferrovia non c’è più, è tutto allagato. Ancora non abbiamo visto nulla.

Spieghiamo la nostra situazione e l’unico modo per tornare a casa è con una camionetta dell’esercito che fa da spola tra Morbegno e Sondrio. Con noi ci sono anche altre persone che come noi sono incredule. Ovviamente accettiamo il passaggio e ci preparano ad un viaggio safari. Saliamo con i bagagli e si inizia il percorso su strade alternative, le uniche non allagate.

Quello che vedono i miei occhi durante quel tragitto resterà impresso nella mia mente per giorni e giorni.

Quelli che erano stati prati, ora erano zone completamente allagate. Un grande lago dove la gente si spostava su barche e canotti. La ferrovia distrutta, strade inesistenti.

Ricordo un aneddoto simpatico…che i giornali nazionali titolavano: Dalle acque della Valtellina spuntano gli ulivi. All’epoca di ulivi non se ne vedevano proprio. Erano salici…

Ovunque fango, acqua, polvere, macerie, alberi sradicati, animali morti annegati, case sommerse. Una vera apocalisse si era abbattuta sulla nostra bella valle.

Arriviamo finalmente a Sondrio, attraversiamo il ponte del Mallero non ricordo esattamente quale ma ricordo che gli argini erano tutti rafforzati  da sacchi di sabbia (sembravano vere trincee) e l’acqua del torrente passava pochi cm sotto il ponte. Poi mi hanno raccontato che è passata anche sopra e ha spazzato via il ponte in zona Gombaro.

La città, nonostante non abbia avuto grossi danni diretti, sembra un campo di battaglia.

Mezzi e militari ovunque, il gruppo della Protezione Civile vera e propria  ancora non esisteva.

Tutti davano una mano ovunque servisse. Tutti erano volontari. Tutti si rimboccavano le maniche per aiutare.

L’alluvione aveva colpito tutti. Moltissime le zone isolate, dalla Valmalenco alla Valtartano, molti comuni allagati nella zona tra Ardenno e Morbegno.

L’Adda aveva rotto gli argini in moltissimi tratti.

Quanta acqua, quanta distruzione, quanta desolazione.

Quando poi si sentiva parlare di vittime, diventava ancora tutto più tragico e doloroso.

I Valtellinesi presi alla sprovvista da questo evento calamitoso, non sono stati con le mani in mano e immediatamente la macchina organizzativa e dei soccorsi si è messa in moto, anche se non esisteva un vero e proprio coordinamento. L’allora ministro della Protezione Civile, Zamberletti, esperto nella gestione di calamità naturali, viene sostituito (immaginiamo i motivi) da Remo Gaspari che stava alle emergenze come la pizza al Polo Nord.

Ci si arranca per tornare il prima possibile ad una situazione di normalità, ma il 28 luglio, quando tutto sembra si sia calmato, una enorme frana si stacca dal monte Coppetto a Valdisotto. 40 milioni di mc di materiale scendono in pochissimi secondi e travolgono completamente l’abitato di S. Antonio Morignone e lo spostamento d’aria spazza via quasi completamente la frazione di Aquilone. Quasi tutte le persone erano state evacuate e a S. Antonio perdono la vita alcuni operai che cercavano di ripristinare la viabilità messa in difficoltà da precedenti smottamenti. Ad Aquilone, dove le persone non erano state evacuate perché erroneamente non si credevano in pericolo, i morti sono molti di più.

La grande quantità di materiale franato blocca il corso dell’Adda e forma uno sbarramento che chiude i due versanti, creando così un lago enorme.

L’Adda, suo affluente “improvvisato”, fa crescere il livello dell’acqua molto velocemente. Ricomincia a piovere e il pericolo che questa diga creatasi con la frana, crolli all’improvviso, si fa sempre più forte.

Si decide così di far tracimare il lago. Moltissimi comuni vengono evacuati, mezza Valtellina è fuori casa ad attendere cosa succede.

Fortunatamente grazie all’intervento di ditte specializzate e alla grande collaborazione di molte imprese locali, tutto avviene senza conseguenze e a fine agosto il lago viene pian piano svuotato.

Quello che seguirà saranno anni di lavori, di messe in sicurezza, di cantieri aperti.

Una vera trasformazione per una piccola valle che entra purtroppo agli onori della cronaca a causa di un grande evento calamitoso. Per qualcuno anche una ripresa economica, ebbene è così. Grazie anche alla famosa Legge Valtellina che per 4 anni sospende il pagamento delle tasse (pagate poi negli anni successivi)

Ho voluto raccontare la mia storia, quello che ricordavo di quei giorni. Avrò sicuramente omesso tante cose, o scritto delle imprecisioni, ma sono passati 30 anni e anche la mia memoria è messa alla prova.

Ieri,  18 luglio ero in Valpola in servizio per la Protezione Civile.

Abbiamo accolto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che in occasione del 30° anniversario dell’alluvione è giunto in Valtellina.

Erano presenti molte autorità, i sindaci di tutta la Valle, ma soprattutto le persone scampate alla frana del Monte Coppetto e i parenti di chi invece è rimasto vittima della fatalità.

Non ho potuto fare a meno di guardare queste persone negli occhi, quando si presentavano per entrare nelle zone riservate. Noi chiedevamo se avevano un invito perché, senza quello, gli ordini erano di non fare entrare nessuno.

Molti, con gli occhi lucidi dicevano: ho perso mio fratello, ho perso mio padre, mia madre….mia sorella.

Di fronte a queste parole rispondevo: prego, c’è una zona riservata ai parenti delle vittime, accomodatevi. Uno sguardo alla montagna squarciata che ormai si è in gran parte ricoperta di vegetazione, e il silenzio.

La chiesetta e le lapidi che ricordano con nomi e  fotografie le vittime, dicono tutto.

Sotto quel prato, dove ieri si è svolta la cerimonia, ci sono corpi di persone che non sono mai state ritrovate. Bambini, donne, uomini che hanno pagato con la loro vita questa calamità della natura.

Ho letto sulla pagina FB dei commenti, riguardo la cerimonia di ieri, che ritengo inappropriati a proposito della visita del Presidente Mattarella. Non voglio esprimere opinioni perché non sono la persona più adatta  e non credo sia luogo giusto, ma per rispetto delle persone coinvolte in prima persona, ricordare la tragedia con la presenza del Capo dello Stato credo sia un motivo per “non sentirsi dimenticati”. Per chi è estraneo alla faccenda è facile commentare con le solite frasi o luoghi comuni. Io chiedo solo rispetto per coloro che invece hanno vissuto in prima persona gli eventi di 30 anni fa.Evitiamo le sterili polemiche: con i soldi che ci costa si poteva fare ecc.

Ho letto anche che qualcuno si chiedeva di chi fosse la colpa della tragedia.

In questo caso è come cercare di dare la colpa a qualcuno del terremoto o dell’eruzione di un vulcano…

Io mi permetto di scrivere ciò perché, fortunatamente non ho vissuto la tragedia sulla mia pelle, ma ho vissuto quei momenti nei luoghi e tra le persone della terra in cui vivo.

Io ieri ero presente alla cerimonia e mi sono venuti i brividi ascoltando le parole di Mattarella, del Presidente della Provincia e di tutti coloro che hanno ricordato le vittime ma anche il grande sforzo che i Valtellinesi hanno compiuto per andare avanti. Me li ricordo. Lavori, sacrifici, forza e determinazione hanno portato a quella che è oggi la Valtellina ricostruita (in certi posti anche troppo…)

I Valtellinesi hanno dimostrato di essere un popolo coeso, forte e lavoratore che non si ferma.

Ieri ho avuto modo di ascoltare il racconto di Matteo Sambrizzi, ingegnere che conosco da tempo e di cui non conoscevo la storia.

I suoi nonni abitavano ad Aquilone. La loro casa e un’altra sono le uniche che si sono salvate. Gli occhi lucidi mentre mi raccontava di amici e parenti che invece sono rimasti sotto la frana. Mi ha illustrato e mostrato sulle foto di un pannello esposto, come sono avvenute le cose. Ho ascoltato attentamente qualcosa che avevo saputo sempre solo dalla stampa. Sentire il racconto dal vivo, mi ha fatto venire i brividi. Si sono poi avvicinate anche delle persone anziane che raccontavano la loro esperienza, avevano voglia di parlare, anche loro con gli occhi lucidi, e io li ascoltavo attentamente. Quel giorno era dedicato a loro in fondo.

Non posso sapere cosa hanno provato e vissuto posso solo provare minimamente ad immaginarlo.

Ai tempi dell’alluvione non c’erano i Social. Non c’erano i luoghi di “lamentela” comune on line, gli esperti che sanno sempre cosa fare, dalla tastiera di un pc o dal cellulare.

Se c’era qualcosa che non andava se ne parlava al bar o in altri luoghi di ritrovo comune e ci si guardava in faccia. Oggi ci si sente forti perché davanti non si hanno delle facce ma degli schermi che ci proteggono. Tutti pronti a dispensare consigli, ma da seduti sul divano.

Si stava meglio quando si stava peggio…

A volte la Valtellina mi sta stretta e lo dico spesso, ma in fondo la amo per quella che è, per l’oasi di pace che ancora abbiamo, nonostante ci siano delle cose che non funzionano, ma come in tutti i paesi.

Chi si lamenta di questo luogo non è capace di osservare il cielo azzurro, i panorami mozzafiato delle montagne, l’assenza del caos metropolitano, l’assenza della nebbia, la possibilità di raggiungere la montagna in estate e in inverno in 15 minuti (ovunque ci si trovi),

la possibilità di passeggiare in uno dei luoghi più belli che la natura di ha regalato, poter camminare senza aver paura di essere scippati, incontrare persone che si conoscono mentre si fa la spesa, scambiare due chiacchiere con i vicini di casa, poter coltivare le verdure nel proprio orto… e così via.

Solo chi ha vissuto in grandi città forse può capire la ricchezza che ancora possediamo in questa piccola e spesso dimenticata provincia di montagna.

Ovvio che mancano certe strutture o comodità, certi tipi di lavoro ma ci si deve anche accontentare, rinunciare a qualcosa per avere altro. Ma credo che in ogni luogo in Italia e nel mondo sia impossibile avere tutto.

Dunque se metto sul piatto della bilancia aspetti positivi e negativi della vita in Valtellina, per quanto mi riguarda, la bilancia pesa ancora su quelli positivi.

E invito tutti a riflettere: sia chi la ama sia chi la detesta. Viviamo in uno dei luoghi dove la qualità della vita è delle migliori. Sondrio è al 5° posto e ci sarà un perché.

A chi si lamenta chiedo di andare a vivere in una città a scelta anche solo per un mese e si renderà conto che andarci da turista non è come viverci ogni giorno.

Buona giornata e viva la Valtellina

 

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