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17/10/2017

S. Ignazio d'A., S. Rodolfo

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Valfurva

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TERRITORIO

Valfurva

La Valfurva si apre a oriente della conca di Bormio e si addentra per circa 25 chilometri nel gruppo alpino dell’Ortles-Cevedale. L’antico nome del paese di S. Antonio, Furva o Furvaplana, si estese fino a definire e identificare tutta la vallata. Una singolarità della Valfurva è proprio l’abbandono di alcuni antichi toponimi per assumere il nome del santo titolare della chiesa: infatti, allo stesso modo di S. Antonio che perse il nome di Furva, Flodraglio si chiamò S. Nicolò, Zurdo divenne S. Gottardo e Magliavacca S. Caterina. I piccoli agglomerati di case sparse sulle pendici della Reit, un tempo dette genericamente i Mont, hanno costituito la parrocchia intitolata alla Vergine del Carmine ed hanno assunto il nome di Madonna dei Monti. Tutte la contrade della vallata costituivano anticamente la cura di Furva che si distaccò, di fatto nel 1379, dalla chiesa plebana di Bormio, avviando il processo di frazionamento dell’antica pieve. Preziose opere d’arte sono conservate nei piccoli oratori edificati in ogni villaggio, ma, ad essi, i valligiani vollero aggiungere nel XVIII secolo, poco oltre l’imbocco della valle, un singolare santuario intitolato alla Madonna della Misericordia. L’edificio poligonale barocco contiene un’edicola cinquecentesca raffigurante la Vergine che allatta; l’immagine, assai diffusa prima del concilio di Trento conclusosi nel 1563, fu in seguito rappresentata molto raramente. Una di queste rare immagini appare sulla facciata della chiesa, opera del pittore valligiano Giovanni Noale. Nelle istituzioni della Communitas Burmii, in particolare nel consiglio “seduto”, la Valfurva, come le altre due valli che confluiscono verso la Terra Mastra di Bormio, aveva due consiglieri dei sedici complessivi. Dopo la fine del dominio grigione, nel 1797, seguì le sorti del Contado ed entrò a far parte della Lombardia. Nel 1816, dopo una prima divisione della vallata in due distinti comuni, si accorparono tutte le contrade nell’unico comune di Valfurva, come già erano riunite nell’antico regime. Tra le attività economiche, alle tradizionali legate all’agricoltura montana, all’allevamento e a uno scarso commercio per la via del Gavia, nella seconda metà del XIX secolo si affiancarono le prime attività turistiche: l’alpinismo e le cure con le salutari acque ferrugginose. Il Grand Hotel S. Caterina offrì una comoda base ai primi alpinisti, inglesi e tedeschi soprattutto, che scalarono le affascinanti montagne che coronano la Valfurva, oltrecché essere una comoda e raffinata dimora per le élite che sceglievano le cure con la celeberrime acque. Il turismo, allora agli albori, diverrà poi il settore economico trainante per l’intera vallata, facendo dimenticare un’altra attività complementare all’agricoltura, quella del calzolaio, migrante stagionale nei paesi dell’Italia Settentrionale. Di questa secolare pratica non è rimasto che lo studio del loro caratteristico gergo per i linguisti: al plat di scióbar.Scopri di più. Clicca qui

santo patrono Valfurva

San Nicolò

San Nicola di Bari, noto anche come san Niccolò e san Nicolò (Patara di Licia, 270 circa – Myra, 6 dicembre 343), fu vescovo di Myra. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane. È noto anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine al mito di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale.
Cresciuto in un ambiente di fede cristiana, perse prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio. In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni emanate da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l'attività apostolica.