Di vino non me ne intendo.
Davvero. Quando assaggio, la mia prima distinzione è ancora questa: mi piace o non mi piace. Fine dell’analisi.
E, dettaglio non trascurabile, il vino non lo bevo praticamente mai. Ricordatelo, serve per il finale…
Però sono valtellinese. E i vigneti li conosco eccome. Ci passeggio tutti i giorni con la Pimpa.
Qualche giorno fa Sara Missaglia, giornalista e sommelier, mi ha invitata a una degustazione alle Cantine Nera di Chiuro, organizzata da Simone, Stefano e Angela, che portano avanti la cantina del padre.
Titolo della giornata: «I Millesimi del Tempo». Tema: il Nebbiolo delle Alpi e come cambia negli anni.
Intorno a me giornalisti, blogger, sommelier, esperti. Tanti da fuori provincia.
Gente che assaggiava, annusava, sorseggiava. E scriveva. Prendeva appunti. Tanti appunti.
Io?
Guardavo cosa facevano gli altri. Prendevo il mio calice. Un sorso. Un’annusata. Facevo finta anch’io di capirci qualcosa.
Ehm… ci capivo poco.
Di tutti quei sentori ne sento sì e no un decimo. Il resto lo intuisco dalle facce degli altri.
Però mi diverto. E questo nessuno me lo toglie.
Ero un pesce fuor d’acqua, insomma. Tenete a mente anche questo.
Per fortuna c’era Sara.
Sara il vino te lo racconta. Semplice, col sorriso, senza farti sentire quella che non ci capisce niente.
Ti parla dei frutti, dei fiori, del tannino, di come l’affinamento cambia tutto.
E mentre parla, tu ce li senti davvero. O almeno ti sembra. (A volte, lo ammetto, è più merito suo che del mio naso.)
Torni al bicchiere e cerchi quello che ha detto: a volte lo trovi, a volte no, ma intanto ti è venuta voglia di berlo, di gustarlo piano invece di mandarlo giù.
Io poi chiudo gli occhi quando assaggio. Mi sembra di sentire di più. Prima sicuramente annuso… Non saprei descrivere tutto con le parole giuste (gli esperti dicevano “sentori”, io pensavo “buono”), però qualche differenza tra un vino e l’altro comincio a coglierla.
Per me è già tanto.
In tutto abbiamo assaggiato sette vini, ognuno con la sua storia.
Che qui il Nebbiolo si chiami Chiavennasca, lo so da sempre.
(E no, Chiavenna non c’entra. O almeno, la versione che conosco io è un’altra: viene da ciü vinasca, cioè “che fa più vino”, e in dialetto i conti tornano.)
Quello che ho capito meglio è che lo stesso vitigno non dà per forza lo stesso vino, perché contano il vigneto, la stagione, la lavorazione e l’affinamento.
Poi sono arrivate due bottiglie del 2002 e del 2001, una delle quali era uno Sforzato, vini con oltre vent’anni alle spalle aperti apposta per l’occasione. Gli esperti parlavano di come fossero cambiati nel tempo, io assaggiavo e cercavo di stare dietro al ragionamento, più curiosa che competente, diciamo.
E poi c’è il Cheséta, affinato alla Latteria di Livigno a 1.800 metri, attenzione, non sono le vigne a stare lassù, è il vino che ci viene portato. L’ho trovato fresco, particolare, con un gusto che non saprei descrivere. Se mi chiedete che sentori ho riconosciuto mi mettete in difficoltà, ma se mi chiedete quale mi è piaciuto di più non ho dubbi: lui.
A un certo punto si è parlato della zona dell’Inferno, dove la cantina possiede alcuni vigneti, e lì ho drizzato le orecchie, perché quei filari li conosco bene: ci cammino ogni giorno con la Pimpa.
Doveva esserci anche la visita proprio in quella vigna, ma si è messo a piovere ed è saltata. Peccato, perché per gli altri sarebbe stata un’escursione, per me una passeggiata in casa mia.
Si è parlato anche di meteo, di annate che non si somigliano mai e della vendemmia, con i grappoli raccolti, controllati e ripuliti prima di arrivare in cantina. Tra pendenze e muretti a secco gran parte di questo lavoro si fa ancora a mano, e io lo vedo ogni giorno, ma sentirlo raccontare da chi ci lavora è un’altra cosa: dopo, il bicchiere lo guardi in un altro modo, perché sai che dentro c’è una stagione intera.
Poi ci siamo spostati al ristorante San Carlo di Chiuro e, ovviamente, gli assaggi sono continuati.
In tavola sono arrivati la trota salmonata della Val Masino marinata con spuma di barbabietola e indivia brasata, il tortello ai porcini con crema di patate e ricotta d’alpe stagionata, il chisciöl con insalatina e, per finire, i formaggi della Latteria di Livigno con un assaggio di panun.
Ogni piatto aveva il suo vino della cantina e la spiegazione dell’abbinamento, tra delicatezza, sapidità e tendenza dolce. Il mio preferito? La trota, perché io amo il pesce, e finalmente, a tavola, anche questo pesce fuor d’acqua si è sentito a casa.
A fine giornata avevo assaggiato un sacco di vini, ascoltato un sacco di spiegazioni e riconosciuto qualche sentore in più. Sommelier no, ma un po’ più attenta sì.
Poi sono tornata a casa, mi sono buttata sul letto e ho dormito un’ora.
Ricordate la premessa? Io il vino non lo bevo praticamente mai, e sette assaggi più un pranzo abbinato, per me, sono una maratona. Bellissima giornata, eh, ma il pisolino me lo sono guadagnato tutto.