Il 23 ottobre 1918 il giornale “La Valtellina” pubblica un articolo intitolato “L’influenza”. Parla della febbre spagnola e il tono è rassicurante: «in generale la malattia, curata opportunamente e in tempo, ha un decorso breve e favorevole e non deve dar luogo ad eccessive preoccupazioni». Luigi De Bernardi, che nel suo almanacco riporta la notizia, chiude con una riga secca: i fatti smentiranno clamorosamente quelle previsioni.
“La Valtellina” era in buona compagnia. Sfogliando i giornali di quell’autunno si trovano lunghe colonne di necrologi, spesso di giovani, accanto ad articoli che ridimensionavano la crisi sanitaria e alle pubblicità di prodotti contro l’influenza. Il morto sotto, la rassicurazione sopra (e la réclame di fianco).
Anche il nome era sbagliato. Si chiama spagnola perché il primo allarme sulla malattia arrivò dalla Spagna, paese che non era in guerra e quindi senza censura. I giornali dei paesi in guerra stavano abbottonati, quelli spagnoli scrivevano, e così l’influenza si è presa un passaporto che non era il suo.
In Italia arriva a ondate, la prima nella primavera del 1918, la seconda in autunno e la terza tra l’inverno e i primi mesi del 1919. Quella d’autunno è la peggiore: nell’autunno 1918, nel giro di poche settimane, la spagnola provoca circa 400.000 vittime nella Penisola. Quando esce quell’articolo siamo esattamente dentro quelle settimane.
Basta guardare a Milano, a un paio d’ore da noi. A Milano a settembre muoiono già più di 850 persone per l’influenza o per le sue complicazioni ai polmoni, quasi 3.000 nel solo mese di ottobre, quasi 800 a novembre e più di 900 a dicembre.
E quel “curata opportunamente e in tempo” era un bel programma, sulla carta. Gran parte dei medici, degli infermieri e dei farmacisti era al fronte, scarseggiavano le medicine e persino i generi di prima necessità per malati e convalescenti. Vaccini nessuno, il consiglio delle autorità sanitarie era di evitare il contagio e curare molto la pulizia di mani, naso e bocca. Sapone, in pratica, e tanta speranza.
Poi arrivano le regole, che a leggerle oggi fanno un certo effetto (chi ha vissuto il 2020 le riconosce una per una). Tra fine settembre e inizio ottobre sindaci e ufficiali sanitari, seguendo le circolari del ministero dell’Interno, dispongono l’isolamento dei malati, la chiusura delle scuole e il minimo indispensabile di riunioni in teatri e cinematografi. E ancora, vietato andare a trovare gli ammalati, andare in chiesa, portare le condoglianze alle famiglie dei defunti, un’usanza molto radicata, e seguire i funerali.
Colpiva chi meno te lo aspetti, soprattutto giovani adulti che fino al giorno prima stavano bene. L’Italia fu il paese più colpito d’Europa insieme al Portogallo, con 600 mila vittime, quasi quanti i soldati italiani morti nella Grande guerra.
Il giorno dopo l’uscita di quel numero, il 24 ottobre 1918, comincia la battaglia di Vittorio Veneto. Il 4 novembre arriva l’armistizio e la guerra finisce, la spagnola invece, quella dal decorso breve e favorevole, continuerà a girare per le case per tutto l’inverno.